July 17th, 2008

Spiagge libere e corporazioni

July 17th, 2008

Ci si lamenta del turismo italico in crisi, eppure ogni anno i prezzi aumentano puntualmente. Non i servizi, ovviamente. Ma perchè bisogna pagare 20-30 fino ad 80 euro nella delirante Forte dei Marmi per un ombrello e 2 sdraio? perchè i litorali non sono TUTTI liberi e pubblici come in Spagna? perchè la gente non si compra per 10 euro per tutta la stagione un ombrello e se lo pianta in spiaggia, dove possibile, evitando quei carnai di bagni privati?

vi sarebbe più libertà, più romanticismo, più intimità, più economicità, più simpatia.

Viva le spiagge libere!

perderebbero il lavoro tutti i gestori di bagni d’Italia? poco male. Alcuni potrebbero essere assunti come bagnini. Altri come curatori e pulitori di arena. Ma i litorali devono essere liberi e pubblici. È sempre la stessa storia, tanti vantaggi per pochi (i bagni) e tante rotture per tutti (gli utenti dei litorali cioè la gente). Stesso discorso per i taxi e le loro stramaledette chiuse licenze, idem per le farmacie e per tutte le corporazioni mafiose all’italiana. Ricordo in Spagna farmacie ogni 200 metri, come gli sportelli bancari. Parafrasando una genialata populista del Berlusca: “Meno vantaggi per le corporazioni, più vantaggi per la gente”.

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Da Expedia.it

In Italia i listini delle spiagge-attrezzate sono sempre più proibitivi. Se in località come Rimini e Riccione le tariffe sono rimaste quelle dello scorso anno, nella maggior parte degli stabilimenti del paese. Il pacchetto composto da ombrellone, lettino e sdraio costa il 15 per cento in più, rispetto all’estate scorsa, a Pescara, in Abruzzo. L’abbonamento stagionale di un ombrellone, con un lettino e una sedia (o una poltroncina) varia dai 420 a i 600 euro in prima fila, e dai 300 ai 500 euro in seconda fila. I rincari riguardano pure le cosiddette ‘palme’, o ombrelloni hawaiani, che costano dal 6 al 14 per cento in più rispetto al 2007, e cioè dai 1.400 ai 2.300 euro a stagione, ai quali aggiungere il prezzo di lettini e poltroncine.

Nel Lazio a Ostia un lettino nello stabilimento ‘La Rotonda’ arriva a costare 13 euro il sabato e la domenica, mentre sempre nel week-end al ‘Gilda di Fregene il lettino costa 8 euro e l’ombrellone 9.

In Puglia la media degli aumenti è del 6-7%. A Castellaneta Marina, nel tarantino, per esempio, il prezzo per un lettino è di circa 8 euro al giorno, mentre a Vieste, in provincia di Foggia, è di soli 5 euro, mentre ombrellone e sdraio costano, in media, 10,25 euro a Peschici e 10,89 euro a Vieste. Il servizio “completo”, ombrelloni e due lettini, in queste due località è quasi simile, 18 euro sulle spiagge tarantine, 17 su quelle del Gargano. Mediamente più costose le spiagge del salento, dove una sedia a sdraio viene noleggiata a 7 euro a Gallipoli (Le), e due lettini ed un ombrellone costano 20 euro al giorno.

In Sicilia i gestori di stabilimenti parlano di aumenti contenuti tra il 2,5 ed il 5%, ma le voci di costo (ombrellone e lettino, soprattutto) registrano incrementi reali a due cifre. A conti fatti, in media in Sicilia lettino e ombrellone costano il 10-12% in più rispetto al 2007 (come a Mondello) con punte del 14-15% nelle province di Catania e Messina.

Per chi non sa rinunciare alle comodità, la classica giornata al mare sulla spiaggia del Poetto a Cagliari può superare i 50 euro per una famiglia di quattro persone (ombrellone 15 euro e lettini 10 euro). Prezzi simili anche in Toscana, ad Ansedonia, dove due lettini e un ombrellone costano 28 euro.

Voi. Noi.

July 16th, 2008

“Voi avete il talento. Noi abbiamo il lavoro.”

slogan di Kelly Services - Società americana leader nella selezione e reclutamento di personale temporaneo

In crisi d’astinenza

July 16th, 2008

Un Briatore giovane, con qualche anno in più davanti. Briatore peró alla sua età aveva già un paio di condanne (1 anno e 6 mesi a Bergamo e 3 anni a Milano). Vediamo quanto si prenderà Matteo.

Una cosa è certa, all’uscita della gabbia non andrà a fare un lavoro da 1.500 euro al mese per 8h al giorno come i poveri che compravano le sue magliette made in China a 60 euro l’una…

“É bello anche avere le cose e non usarle, no?”

Matteo Cambi riferendosi al suo bagno turco da 150.000 euro

Così il Paese dei raccomandati vince su quello del merito

July 16th, 2008

Anche chi è sempre stato diffidente verso la Confindustria farebbe bene a leggere il rapporto 2008 “Generare classe dirigente” della Luiss, l’università dell’associazione degli industriali. Quel rapporto è composto essenzialmente da due parti. La prima è stata elaborata sulla base di 2080 questionari rivolti a soggetti scelti fra tutta la tutta la popolazione italiana messi a punto dall’associazione laureati Luiss, dall’Università politecnica delle Marche, dell’Università di Bologna e dalla società Ermeneia del sociologo Nadio Delai. Il risultato è per certi versi sconcertanti. Alla domanda se in Italia le raccomandazioni contino più del merito, le risposte “molto” e “abbastanza” hanno raggiunto l’80,6% del totale. E questo nonostante il 79,9% sia d’accordo sul fatto che la valorizzazione del merito possa “migliorare le condizioni del Paese”. E se secondo gli intervistati il riconoscimento del merito esiste sia pur moderatamente nella piccola e media impresa (51,2%) e nelle professioni (49,9%), nella classe dirigente (34,4%) è molto più basso, per non parlare dei sindacati (27,9%), delle associazioni imprenditoriali (24,5%), della pubblica amministrazione (24%) e della politica, dove i giudizi sul riconoscimento del merito sono i più bassi in assoluto: 22,9%. Da sottolineare che sia per la pubblica amministrazione che per la politica il peso delle risposte “poco” e “per nulla apprezzato” relativamente al merito, raggiungono i livelli massimi, rispettivamente pari al 56,3% e al 54,2%.

Il 77,5% degli intervistati è poi convinto che la classe dirigente “si dichiara favorevole rispetto al principio del merito, ma poi non lo applica a se stessa”. E questo perché (77,4%) “la classe dirigente non è abituata ad applicare il criterio del merito, preferendo quello dell’appartenenza a un gruppo, a un partito, a un sindacato, a una famiglia, a una squadra aziendale”. Il 73,1% concorda inoltre sul fatto che per favorire il merito sarebbe necessario “abolire il valore legale del titolo di laurea”, mentre il 70,4% considera fondamentale “licenziare i funzionari pubblici condannati in via definitiva”.

In Italia anche il concetto di interesse collettivo, conferma il rapporto, è piuttosto labile. Dice il documento: “Nella realtà del nostro Paese, secondo il 72.7% della popolazione, l’interesse collettivo è soltanto una bella parola sotto la quale si nascondono interessi di gruppi particolari, economici, politici, di categoria, di ceto”. E questo a cascata condiziona una società che appare da 15 anni ripiegata su se stessa. Rispetto al 1993, cioè alla fine della Prima repubblica, “il Paese non sembra né più stabile (74,2% delle risposte), né meno condizionato dai poteri forti (69,3%), né dotato di una classe dirigente più competente e responsabile (66,4%). Anche nel confronto degli “altri Paesi europei” il giudizio degli intervistati è deprimente: il 68,9% non ritiene che l’Italia di oggi sia “meno corrotta”, il 60,9% non ritiene che sia “economicamente più dinamica”. Del resto il giudizio sulla classe dirigente è generalmente di scarsa innovazione. Soltanto nella “piccola e media impresa”, alla domanda se la classe dirigente sia “innovatrice” o “conservatrice”, le risposta “innovatrice” (35,5%) prevale su quella “conservatrice” (32,4%). Perfino la classe dirigente della grande impresa è considerata più conservatrice (36,3%) che innovatrice (33,1%). Dopo di che è una lenta discesa agli inferi, fino alla pubblica amministrazione (55,1% di classe dirigente conservatrice) e alla politica (addirittura 60,1% contro il 12,2% di risposte “innovatrice”). Infine: soltanto l’1,3% ritiene che la pubblica amministrazione sia pienamente efficiente, mentre il 62,9% considera che sia “opportuno” tagliare i costi della politica e il 59,3% giudica “inaccettabile” l’evasione fiscale.

Il secondo capitolo è stato invece elaborato con i dati di 471 interviste, ma questa volta non a esponenti dell’intera popolazione italiana, bensì a rappresentanti selezionati della stessa “classe dirigente”, effettuate fra la fine di novembre 2007 e metà gennaio 2008. E anche quello offre uno spaccato inquietante. Della fiducia negli ordini professionali si è già detto. Ma c’è un altro dato che fa riflettere. Il 39,1% dei rappresentanti della “classe dirigente”, percentuale massima in assoluto fra tutte le risposte, è persuaso che “non ci siano luoghi in cui si sta formando una nuova classe dirigente”. Al secondo posto le risposte di chi ritiene che quei luoghi esistano e siano “alcune medie aziende più vitali” (33.3%). Al terzo posto le “associazioni di volontariato e in genere il terzo settore” (19,5%). In fondo alla classifica “alcune banche” (3,8%) e “alcune scuole di formazione politica”, mentre sorprendentemente il 6,4% considera che “in alcune realtà di partito” si stia formando nuova classe dirigente. Spaventose sono le risposte al questionario sulle “Prospettive future per un giovane d’oggi rispetto a vent’anni fa”: il 63,7% è convinto che “avrà un lavoro e una posizione sociale inferiori rispetto a quella dei genitori”.