Il Paese dei Mafiosi
Sunday, July 20th, 2008Grande video su questo piccolo paese di furfanti al potere
Grande video su questo piccolo paese di furfanti al potere

Dopo il delirio del Berlusca (Napoli come il Giappone) ecco Vignali, sindaco di Parma: Parma come Barcelona.
“Via Cavour come las Ramblas” (le due strade più diverse del mondo, una l’opposto dell’altra)
“Una cosa l’abbiamo già copiata, la Movida” (ma dove? 2 bar in via Farini aperti fino alle 2? forse non è chiaro il concetto di Movida, che tra l’altro non c’entra niente con Barcelona)
Ecco uno degli articoli più stupidi che abbia mai letto:
http://parma.repubblica.it/dettaglio/Vignali-fa-lo-Zapatero-13-mercati-come-Barcellona/1489684
Via Cavour sarà la Rambla. E non chiamiamo più Parma la piccola Parigi, semmai la “petit Barcellona”. Perché è questa la nuova idea di Vignali-Zapatero: rendere Parma come Barça.
Piccole rambla, mercati attrattivi, centri naturali commerciali, tapas a tarda notte e perché no, magari anche rifiuti che si gettano lungo un tubo e finiscono sotto terra, dove vengono raccolti. Proprio come a Barcellona. Una cosa l’abbiamo già copiata, la “movida”, le altre arriveranno. Olè.
Una delegazione di “zorro” senza spada e senza zeta è partita nei giorni scorsi dalla città ducale per andare a studiare la grande Barcellona, quella della rinascita economica. La missione ha del lodevole: salvare la Parma commerciale che sta morendo copiando la Spagna che avanza. In testa il sindaco Pietro Vignali, l’assessore al commercio Paola Colla e quello all’urbanistica Francesco Manfredi, con loro anche altri delegati, dal Town center manager Andrea Allodi ad esponenti dell’Ascom. Poche ore di volo ed ecco Barça: calore e colore, spesa e ripresa. Ma anche sorpresa: mentre cercavano esempi catalani da importare nella Parma del commercio, ecco spuntare un mercato rionale innovativo con tanto di ponte romano sotterraneo. Increduli i presenti, un filo eccitati: “Ma è come la nuova Ghiaia” ha esclamato qualcuno. Esempio migliore non si poteva trovare: l’obiettivo del Comune è infatti quello di realizzare tante piccole “nuove Ghiaia” nei 13 quartieri della città, ovvero zone e mercati commercialmente attrattivi attorno ai quali realizzare una rete di marketing e iniziative dei piccoli negozi. La sfida è aperta e parte da Barcellona, per intenderci dal famoso mercato Santa Caterina. In parole spicciole, come direbbe l’assessore Colla, c’è la necessità di creare dei centri commerciali naturali. Peccato solo che di “Ghiaia” finita a Parma non se n’è vista mezza. E’ ancora ferma – morta e senza più via vai di buste della spesa – da quasi due anni.
Ecco perché al Comune piace Barcellona
Negli ultimi anni la città catalana ha portato il numero di consumatori mensili, fra negozi e centri commerciali, da 9 a 19 milioni. Un boom straordinario che fa gola a Vignali e compagnia. Ecco dunque l’idea. Osservare il fenomeno Barça per salvare la Parma morente, quella dei negozi che chiudono nell’Oltretorrente e che in centro non aprono più, visti i centri commerciali in arrivo (Ipercoop, nuova Esselunga, Ikea) e quelli già esistenti (dall’Eurotorri al Panorama sino alla Metro). Scelta interessante, seppur viziata da una bella differenza: la Parma di Verdi e del culatello non si aggira sui 180mila abitanti, la Barcellona di Gaudì e delle tapas europee è dieci volte tanto e conta un milione e settecentomila residenti, più una valanga di turisti.
Matita e taccuino, Parma studia i centri commerciali spagnoli
Non solo Ronaldhino. Dalla Spagna si può importare molto di più: la rinascita economica, quella che le ha fatto superare l’Italia, quella che il Comune di Parma invidia e vorrebbe percorrere. Il tour dei fantastici sette, quant’erano su per giù gli amministratori parmigiani partiti alla volta della Spagna, aveva un motivo ben preciso.
Studiare, matita e taccuino alla mano, il sistema dei negozi e dei centri commerciali catalani per strutturare lo stesso fenomeno nella piccola Parma. Interessano in particolare i centri commerciali naturali: per sapere cosa sono non è necessario andare molto lontano, basta leggere una nota sul sito della provincia della vicina Modena, città dove sono già in cantiere.
“I centri commerciali naturali sono le vie, le piazze, le gallerie, i centri storici e i quartieri in cui spontaneamente e storicamente si sono addensati i negozi, le botteghe artigiane, i bar, i ristoranti e i servizi. Il centro commerciale naturale restituisce ai consumatori il piacere dello shopping in un ambiente familiare e non artificiale, il gusto di fare acquisti all’aria aperta, con l’assistenza di tanti operatori commerciali, capaci di dedicare a ciascun cliente adeguata attenzione, assistenza e informazioni personalizzate”.
A dire il vero l’assessore Colla, di questi “Ccn”, ne ha parlato in più occasioni: ad aprile ci fu pure un convegno solo dedicato a questo tema, puntando il dito sulla necessità di “rendere fruibili al commercio tradizionale gli strumenti e le leve del marketing”. Poi prese una decisione: “Il primo centro commerciale naturale a Parma sarà in via Imbriani”.
“Qualità contro quantità”
A Parma niente flamenco, l’unico ballo concesso è quello dei centri commerciali che “danzeranno” introno alla città. Con l’arrivo di maxi centri commerciali, da Ipercoop a Esselunga, la spesa ( di tutti i tipi) si va a fare fuori dal centro storico. Una mazzata che pesa come un macigno sui piccoli negozi della città che, uno ad uno, come sottolinea anche uno studio presentato dall’Ascom, stanno morendo. Ecco allora, sulla scia dei toreri, l’intenzione di prendere spunto da Barcellona che in ognuno dei suoi 10 distretti ha valorizzato i mercati rionali, organizzando eventi, creando fidelizzazioni con il cliente, carte elettroniche per gli acquisti, spazi ludo per i bambini mentre le mamme fanno la spesa e via dicendo. Un esempio lo si vede bene nel sito del Mercats de Barcelona. Tutto questo lo si vorrebbe fare anche a Parma, pedonalizzando sempre più aree (vedi via Farini, via XXII Luglio e via dicendo) e rendendo attrattive piazze e zone a traffico limitato, facendo convenzionare negozi, magari proponendo un certo tipo di prodotti. Secondo i piani del Comune, puntando sulla qualità. E sul fatto di girare a piedi e fare shopping di piccole cose. Il resto, dai pesanti divani in su, lo si va a comprare in periferia. Il tutto in perfetto stile Barcellona, con, in futuro, tanto di metropolitana. Proprio come nella città della Catalogna. A quando la Coppa America sul torrente Parma?
Il premier, poi, chiede un cambio di mentalità. “E’ tempo che si abbia l’educazione di considerare le strade come le proprie case: dobbiamo avere la volontà, a partire da Napoli, di diventare come il Giappone, dove, in due giorni, al G8 di Tokyo non ho visto per strade un mozzicone, nè una carta di caramella. A partire da Napoli, si deve aprire una nuova era di ordine e decoro“.
Un Briatore giovane, con qualche anno in più davanti. Briatore peró alla sua età aveva già un paio di condanne (1 anno e 6 mesi a Bergamo e 3 anni a Milano). Vediamo quanto si prenderà Matteo.
Una cosa è certa, all’uscita della gabbia non andrà a fare un lavoro da 1.500 euro al mese per 8h al giorno come i poveri che compravano le sue magliette made in China a 60 euro l’una…
“É bello anche avere le cose e non usarle, no?”
Matteo Cambi riferendosi al suo bagno turco da 150.000 euro
Anche chi è sempre stato diffidente verso la Confindustria farebbe bene a leggere il rapporto 2008 “Generare classe dirigente” della Luiss, l’università dell’associazione degli industriali. Quel rapporto è composto essenzialmente da due parti. La prima è stata elaborata sulla base di 2080 questionari rivolti a soggetti scelti fra tutta la tutta la popolazione italiana messi a punto dall’associazione laureati Luiss, dall’Università politecnica delle Marche, dell’Università di Bologna e dalla società Ermeneia del sociologo Nadio Delai. Il risultato è per certi versi sconcertanti. Alla domanda se in Italia le raccomandazioni contino più del merito, le risposte “molto” e “abbastanza” hanno raggiunto l’80,6% del totale. E questo nonostante il 79,9% sia d’accordo sul fatto che la valorizzazione del merito possa “migliorare le condizioni del Paese”. E se secondo gli intervistati il riconoscimento del merito esiste sia pur moderatamente nella piccola e media impresa (51,2%) e nelle professioni (49,9%), nella classe dirigente (34,4%) è molto più basso, per non parlare dei sindacati (27,9%), delle associazioni imprenditoriali (24,5%), della pubblica amministrazione (24%) e della politica, dove i giudizi sul riconoscimento del merito sono i più bassi in assoluto: 22,9%. Da sottolineare che sia per la pubblica amministrazione che per la politica il peso delle risposte “poco” e “per nulla apprezzato” relativamente al merito, raggiungono i livelli massimi, rispettivamente pari al 56,3% e al 54,2%.
Il 77,5% degli intervistati è poi convinto che la classe dirigente “si dichiara favorevole rispetto al principio del merito, ma poi non lo applica a se stessa”. E questo perché (77,4%) “la classe dirigente non è abituata ad applicare il criterio del merito, preferendo quello dell’appartenenza a un gruppo, a un partito, a un sindacato, a una famiglia, a una squadra aziendale”. Il 73,1% concorda inoltre sul fatto che per favorire il merito sarebbe necessario “abolire il valore legale del titolo di laurea”, mentre il 70,4% considera fondamentale “licenziare i funzionari pubblici condannati in via definitiva”.
In Italia anche il concetto di interesse collettivo, conferma il rapporto, è piuttosto labile. Dice il documento: “Nella realtà del nostro Paese, secondo il 72.7% della popolazione, l’interesse collettivo è soltanto una bella parola sotto la quale si nascondono interessi di gruppi particolari, economici, politici, di categoria, di ceto”. E questo a cascata condiziona una società che appare da 15 anni ripiegata su se stessa. Rispetto al 1993, cioè alla fine della Prima repubblica, “il Paese non sembra né più stabile (74,2% delle risposte), né meno condizionato dai poteri forti (69,3%), né dotato di una classe dirigente più competente e responsabile (66,4%). Anche nel confronto degli “altri Paesi europei” il giudizio degli intervistati è deprimente: il 68,9% non ritiene che l’Italia di oggi sia “meno corrotta”, il 60,9% non ritiene che sia “economicamente più dinamica”. Del resto il giudizio sulla classe dirigente è generalmente di scarsa innovazione. Soltanto nella “piccola e media impresa”, alla domanda se la classe dirigente sia “innovatrice” o “conservatrice”, le risposta “innovatrice” (35,5%) prevale su quella “conservatrice” (32,4%). Perfino la classe dirigente della grande impresa è considerata più conservatrice (36,3%) che innovatrice (33,1%). Dopo di che è una lenta discesa agli inferi, fino alla pubblica amministrazione (55,1% di classe dirigente conservatrice) e alla politica (addirittura 60,1% contro il 12,2% di risposte “innovatrice”). Infine: soltanto l’1,3% ritiene che la pubblica amministrazione sia pienamente efficiente, mentre il 62,9% considera che sia “opportuno” tagliare i costi della politica e il 59,3% giudica “inaccettabile” l’evasione fiscale.
Il secondo capitolo è stato invece elaborato con i dati di 471 interviste, ma questa volta non a esponenti dell’intera popolazione italiana, bensì a rappresentanti selezionati della stessa “classe dirigente”, effettuate fra la fine di novembre 2007 e metà gennaio 2008. E anche quello offre uno spaccato inquietante. Della fiducia negli ordini professionali si è già detto. Ma c’è un altro dato che fa riflettere. Il 39,1% dei rappresentanti della “classe dirigente”, percentuale massima in assoluto fra tutte le risposte, è persuaso che “non ci siano luoghi in cui si sta formando una nuova classe dirigente”. Al secondo posto le risposte di chi ritiene che quei luoghi esistano e siano “alcune medie aziende più vitali” (33.3%). Al terzo posto le “associazioni di volontariato e in genere il terzo settore” (19,5%). In fondo alla classifica “alcune banche” (3,8%) e “alcune scuole di formazione politica”, mentre sorprendentemente il 6,4% considera che “in alcune realtà di partito” si stia formando nuova classe dirigente. Spaventose sono le risposte al questionario sulle “Prospettive future per un giovane d’oggi rispetto a vent’anni fa”: il 63,7% è convinto che “avrà un lavoro e una posizione sociale inferiori rispetto a quella dei genitori”.